La fine

Più si arriva alla fine, più si hanno cose da dire. La fine non è che immaginazione, é una destinazione che ci si inventa per continuare ad andare avanti, ma arriva un momento in cui ci si rende conto che non ci si arriverà mai. Puo' darsi che si sia obbligati ad arrestarsi, ma sarà unicamente perché si è a corto di tempo. Ci si ferma, ma questo non vuol dire che si sia arrivati alla meta.

21.8.10 09:07, comment

Le ultime cose

Sono le ultime cose. Una dopo l'altra svaniscono e non appaiono mai più. Posso parlarti di quelle che ho visto, di quelle che non sono più, ma ho paura di non avere il tempo. Tutto scorre troppo in fretta la momento e non riesco più a seguire.

21.8.10 09:05, comment

Violini e grida

Era nei violini la voce mancante. E in quel varco color viola che sono quando ancora mi credo, io, costantemente presente. Ho sempre cercato di riempire le grida. Giro con un violino tra le dita.

7.8.10 16:48, comment

Sounds beyond gravity

run home, run through your words and your feet,write your path back home.

29.5.10 16:57, comment

ourselves

Non sappiamo niente di noi.

 

Ci crediamo abituati a essere noi stessi. È il contrario.

 

Più gli anni passano e meno capiamo chi sia la persona nel nome della quale agiamo e parliamo.

 

Non costituisce un problema.

 

Che c'è di male a vivere la vita di uno sconosciuto? Forse è meglio: conosci te stesso e ti prenderai in antipatia.

1 Comment 10.6.08 09:04, comment

Bysanthium night tale

La notte mi avvolgeva, una fotografia staccata dalla cornice. La fodera di un mantello lacerata nel mezzo, come le due valve di un'ostrica. Il giorno e la notte, scollati, e io cadevo in mezzo, senza sapere su quale strato riposavo, se fosse l'alta, fredda e grigia foglia dell'alba, o l'oscuro strato della notte.

Il suo viso era sospeso nell'oscurità. Dagli occhi un vento di simun sollevava la terra, tutto ciò che prima aveva avuto un andamento verticale girava ora in tondo, attorno al viso, attorno al suo viso. Sembrava contemplare con uno sguardo antico i pesanti secoli rigogliosi tremare in oscure processioni. Dalla sua pelle si levavano spirali si profumo, come incenso. Ogni suo gesto accellerava il ritmo del sangue e risvegliava un canto ritmico come il pulsare di un cuore nel deserto, un canto che era il suono dei piedi che calpestavano, nel sangue, l'impronta del suo volto.

 Una voce cosi profonda da spezzare ciò che toccava, così profonda da farmi temere che avrebbe risonato eternamente dentro di me, una voce scolorita dal suono delle imprecazioni e dalle grida rauche che scaturiscono dal delta nel parossismo estremo dell'estasi.

Il mantello nero pendeva come capelli neri dalle sue spalle. Il bracciale di acciaio lampeggiava intorno al suo braccio e l'acciaio risuonava come metallo di spada...La raucedine nella sua voce, il fumo nella sua bocca, il suo respiro sul mio sguardo come un respiro umano che offuschi uno specchio.

La maschera luminosa del suo volto, i suoi occhi come sentinelle. Fissa il mio incedere sibaritico e io il sibilare della sua lingua. Affondati l'uno nell'altro volgemmo altrove i nostri occhi.

A Bisanzio era un idolo. Un idolo che danazava a gambe larghe e io scrivevo con polline e miele. Con parole di metallo ho inciso nel cervello degli uomini il tenero segreto abbandono di donna, ho tatuato sui loro occhi quell'immagine. Li consumava la febbre dei loro visceri, l'indissolubile veleno delle leggende.

Tutto ciò che è rapido o maligno in una donna può essere distrutto spietatamente, ma chi può distruggere l'illusione con cui la mettevo a giacere ogni notte?

Vivevamo a Bisanzio. Noi, fino a che i nostri cuori sanguinarono delle pietre preziose ch eportavamo sulla fronte, fino a che i nostri corpi furono sopraffatti dal peso dei broccati e i nostri respiri arsi dal bruciare degli incensi. Gi uomini l'hanno sempre riconosciuto: il suo viso splendente, la sua voce arrochita. E noi due ci riconoscemmo l'un l'altra: il suo viso e la mia leggenda.

4 Comments 19.5.08 08:38, comment

Velvet Acid Blood

E’ nell’apnea più profonda che riscopriamo la fragilità delle nostre visioni.

Perché non posso andare ancora più giù, nelle profondità del mio corpo, oltre queste pareti galleggianti intorno alla mia testa?

Proprio qui, più sento mancarmi il respiro, più sento di stordirmi con questa assenza, quasi riverberasse nei miei polmoni e nella mia carne.

Anche se affondassi le mani nel buio, non troverei quello di cui ho bisogno.

Ma è solo quanto manca il respiro, quando l’aria si fa liquida e tutto più trasparente, quando l’occhio stesso vive di questa opacità sulle cose, che le braccia non si muovono nemmeno più.

Mostrami continenti. Contiamo nuove isole.

Niente.

Non si riesce a respirare.

3 Comments 15.5.08 08:53, comment